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L'Italia non è un Paese per giovani: scompaiono

L'Italia non è un Paese per giovani: scompaiono


Censis: "i giovani sono in estinzione". L'Italia non è un Paese per giovani. In Italia i giovani stanno diventando sempre più una una merce rara. Si rileva una consistente perdita di ragazzi dal 2000: due milioni di cittadini tra i 15 e i 34 anni che, negli ultimi dieci anni, sono semplicemente diventati più vecchi e basta.



Sociologi e analisti, quelli più svegli, se ne erano accorti già all'inizio degli anni '90. Un trend che nei successivi 20 anni è cresciuto. In Italia i giovani non esistono più.
Il Censis afferma che negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2010 abbiamo perso più di 2 milioni di cittadini di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Una sorta di ecatombe di gioventù. E se non si corre ai ripari, purtroppo, la tendenza sembra destinata a salire. Infatti tra vent'anni il numero di giovani (ormai detronizzati socialmente) diminuiranno, mentre gli anziani, afferma il direttore del Censis "cresceranno di oltre 4 milioni". I dati che fornisce il Centro Studi Investimenti Sociali, sono poi emblematici. Ad esempio, come si legge in una nota del Censis: "In Italia lavora il 66,9% dei laureati di 25-34 anni, contro una media europea dell'84%, l'87,1% registrato in Francia, l'88% della Germania, l'88,5% del Regno Unito. Al contrario di quello che accade negli altri Paesi europei, il tasso di occupazione tra i laureati italiani di 25-34 anni è più basso di quello dei diplomati della stessa fascia di età (69,5%). Inoltre il tasso di occupazione dei laureati si è ulteriormente abbassato nel tempo, scendendo dal 71,3% del 2007 al 66,9% del 2010.
Il Censis onoltre, fa notare che a causa dei tempi prolungati dei diversi cicli formativi, l'ingresso nella vita lavorativa per i giovani italiani è ritardato rispetto agli altri Paesi europei. Fra i giovanissimi (young young: 15-24 anni) il 60,4% risulta ancora in formazione, rispetto al 53,5% della media dell'Ue, il 45,1% della Germania e il 39,1% del Regno Unito. Chi lavora sono il 20,5% rispetto al 34,1% della media europea, il 46,2% della Germania e il 47,6% del Regno Unito.
Ma la situazione più sconcertante, rilevata nell'indagine, una vera e propria "anomalia italiana",  è rappresentata dai  cosìdetti "neet" ( acronimo inglese di not in education, employment, training) giovani che non mostrano interesse né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione: in Italia sono l'11,2% rispetto al 3,4% della media europea.
Le soluzioni, propostedal direttore del Censis, per cercare di arrestare questa vertiginosa curva verso il basso, sono tre: anticipare i tempi della formazione in stretta correlazione con le opportunità di lavoro. Ad esempio la laurea breve dovrà sempre più rappresentare un obiettivo conclusivo nel ciclo di apprendimento. Non semplicisticamente lavoro dipendente, ma anche e soprattutto iniziativa imprenditoriale, professionale e autonoma: detassare completamente per un triennio le imprese costituite giovani con meno di 29 anni. In conclusione, accompagnare il ricambio generazionale in azienda.
Quest'ultima osservazione potrebbe essere realizzabile con un progetto di cambiamento per il quale l'azienda, che assume due giovani con alti livelli di professionalità, verrà aiutata a collocare un lavoratore a tempo indeterminato non più giovane, dopo opportuni corsi di formazione, in altre realtà produttive, lasciando il costo della formazione ai soggetti pubblici.
Al momento, però, rimane insoluta la situazione degli "attuali" ventenni in entrata nel precariato, e gli "attuali" quarantenni da riciclare, con, ovviamente le relative classi d'età di mezzo da reinventare completamente.

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