FABRIZIO DE ANDRE'
10 anni senza Fabrizio De André: In tutta Italia si celebra l'anniversario della scomparsa del cantautore genovese
Piccolo omaggio a Fabrizio De André nel decennale della sua
scomparsa. La tensione ideale, la famiglia, le amicizie, la
difficoltà degli esordi e la grandezza di un uomo che ha scelto
di combattere le nuvole che oscurano il cielo.
Tra gli appassionati di Fabrizio De André, più semplicemente Faber per chi l’ha conosciuto e per chi è cresciuto ascoltando le sue canzoni, molti amano definirlo un poeta, mentre altri lo inseriscono a pieno titolo tra gli intellettuali italiani del secolo scorso. Faber preferiva considerarsi in via precauzionale un cantautore, perché, come diceva lui stesso citando Benedetto Croce: “fino all’età di 18 anni tutti scrivono poesie, dall’età di 18 anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini”.
Un cantautore, quindi, che è rimasto nel cuore di molti per la sua grande umanità, per aver saputo raccontare la vita di ogni essere umano, per essere riuscito a parlare alle nostre coscienze.
Un uomo cresciuto in una famiglia che lo ha spinto a mettersi alla prova. Un padre laureato in filosofia e un fratello studente modello con i quali “è stato naturale allenarsi al confronto” sin da ragazzo, quando rifiutò di provare la carriera di quello che sarebbe potuto diventare, come disse in un intervista, “un pessimo avvocato”. A premiarlo invece è stato proprio il suo atteggiamento verso la vita, con una tensione irrinunciabile al sogno, all’utopia, perché per De André “un uomo senza […] ideali sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di razionalità”.
Una tensione ideale che in Faber si coniuga con una assoluta contemporaneità, con una grande capacità di stare al passo con i tempi e comprenderne i cambiamenti. Come quando, in un concerto al Brancaccio di Roma, si espresse sul tormentone della perdita dei valori tra i giovani illuminando i presenti sull’importanza del saper aspettare, per poter storicizzare, e concludendo denunciando un’incapacità di fondo del mondo adulto di capire gli ideali dei giovani perché troppo affezionati ai propri. Un rapporto con le giovani generazioni iniziato presto, a partire dal suo primo successo La guerra di Piero dedicato al tema della guerra, particolarmente sentito in quel periodo di protesta per il Vietnam. Con De André i più giovani scoprirono l’impegno nella canzone popolare. Dopo De André, come ha affermato in un intervista Nicola Piovani, non c’è più soltanto la pur divertente tintarella di luna, e la musica da prendere sul serio non è più soltanto quella classica.
La ricerca compiuta da De André è riscontrabile in tutto il suo percorso artistico, dagli anni sessanta fino ai suoi ultimi concerti degli anni novanta, ed è determinata da una evoluzione costante sotto il profilo sia musicale che della scrittura. Una trasformazione che non è mai apparsa incoerente con le tematiche care all’autore, sempre fedele alla sua ispirazione di fondo. Il cantore degli ultimi, dei maledetti, dei diseredati. Il poeta anarchico sempre schierato contro i potenti, che trova il suo campionario umano “nella mondezza, come si direbbe a Roma […], nella spazzatura”.
Un percorso all’inizio difficile che trova in Mina un alleato che forse oggi si direbbe inaspettato. Siamo nel 1968 e la Tigre di Cremona si esibisce ne La storia di Marinella decretando il successo di De André. I proventi della SIAE gli danno coraggio e lo convincono a continuare.
Ed in seguito Luigi Tenco, con il quale aveva iniziato a suonare il jazz e al quale dedicherà la straziante “Preghiera in gennaio”, le collaborazioni con Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Massimo Bubbola, Nicola Piovani, la PFM, Mauro Pagani, l’amicizia fraterna con Villaggio, la re-interpretazione dei Vangeli apocrifi e dell’Antologia di Spoon River, l’uso del dialetto (o della lingua genovese come direbbe lui) come approfondimento dialettico ed espressivo, l’incontro artistico con Georges Brassens, con Leonard Cohen, con Bob Dylan dei quali traduce mirabilmente alcune delle loro più celebri canzoni e ancora la stima che gli ha sempre riservato Fernanda Pivano e molto molto altro.
Dove sarebbe potuto arrivare se non ci avesse lasciato tanto presto? Sono passati dieci anni dalla morte di Fabrizio De André ed insieme ai circa 20 dischi, 200 brani e ai 20 libri a lui dedicati, ci ha lasciato un vuoto culturale enorme e la certezza di un punto di vista mai scontato sul mondo che ci circonda.
Per approfondimenti sul web:
Fondazionedeandre.it
Faberdeandre.com
Viadelcampo.com
Fabriziodeandre.org
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